Intervista a Concetto Guttuso

 

L'Oriente di ... Concetto Guttuso

intervista di Oscar Nalesini

(pubblicata nel n. 3 de Il giornale del Museo Nazionale d'Arte Orientale)

Concetto Guttuso (classe 1921) è un medico tropicalista con una lunga carriera nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, iniziata nel 1958. Ma la sua prima esperienza importante all’estero fu come medico della spedizione di Giuseppe Tucci attraverso il Nepal occidentale nel 1952. Come medico della Marina Militare, ha poi ricoperto la carica di direttore dell’Istituto di Malariologia “Ettore Marchiafava” di Mogadiscio, durante l’amministrazione fiduciaria italiana della Somalia.

Un suo profilo biografico è pubblicato in http://www.giuseppetucci.isiao.it/fotografi/guttuso.cfm

ON: Dopo la Laurea in Medicina Lei si specializzò in malattie tropicali, e mi pare si sia ben presto indirizzato allo studio della malaria. Oggi non ci si pensa più, ma pochi decenni fa non era una malattia poi tanto esotica. Tra i ricordi della mia infanzia trascorsa a Monfalcone, nell’oggi opulento nord-est, ci sono i racconti di mia nonna sugli aerei che nel dopoguerra avevano lanciato il DDT sulla vicina palude del Lisert. Immagino che anche in Sicilia il problema fosse sentito.
CG: Di malaria ce n’era, eccome. In un suo racconto, Giovanni Verga aveva detto che nella piana di Catania la malaria si poteva tagliare col coltello.
Da “Sergente universitario” gli eventi della guerra mi avevano fatto approdare alla Clinica Chirurgica della Regia Università di Catania, diventando il primo allievo di Edmondo Malan. Ero quindi di formazione chirurgica e non di medicina clinica.

ON: E ad un certo momento entra in scena la Marina militare.
CG: Lei ora sorriderà a sentire che la mia vocazione per le malattie tropicali era stata corollario a quella della Marina le cui lunghe radici affondano nei miei ricordi d’infanzia. Dalle fotografie che, serio, mi vedono “vestito alla marinara” al libro di lettura di quinta elementare che, nel 1929 in era fascista, aveva una ricca appendice illustrante, tra l’altro, «La flotta da guerra» e «Come gl’Italiani hanno esplorato l’Africa». Questi capitoli li avevo letti centinaia di volte, facendomi sognare anche d’adolescente. Quando le navi della Regia Marina si ormeggiavano a Catania non mancavo di andarle a visitare o a vedere, anche scappando al controllo di mio padre.
Più tardi, già medico, nell’estate 1949 sono stato letteralmente folgorato dal manifesto dell’Accademia Navale che, mostrando la prora del “Montecuccoli” attraversata dalle vele delle “stelle” in regata, indiceva i concorsi anche per ufficiali medici. A Livorno, un tropicalista della Marina per antonomasia e autore di Un medico di mare [Milano 1948, ndc] c’insegnava malattie tropicali: Mario Peruzzi, che nel 1928 aveva partecipato allo studio della malattia del sonno in Uganda quale delegato della Società delle Nazioni; una missione prestigiosa.
Proprio così: in cerca di orizzonti più vasti, la Marina e le malattie tropicali mi fecero raggiungere quei sogni del mio libro di quinta elementare.

ON: Con simili sogni l’esplorazione di un’area remota dello Himalaya doveva sembrarLe quanto di più stimolante si possa pensare. Come fu che riuscì a farsi accettare quale membro della spedizione di Tucci?
CG: Completato il primo anno di specializzazione alla Clinica di Malattie Tropicali a Roma, con mio disappunto sono destinato a Maricentrosub, La Spezia, che per fortuna trovo interessante e impegnativo. Nel febbraio ’52, nella terza pagina del Corriere della Sera leggo un nutrito articolo dedicato a Tucci che, tra l’altro, dice di non avere ancora trovato un tropicalista medico-fotografo per la sua quarta spedizione nel Nepal.

ON: Era un articolo di Raffaele Calzini, se non ricordo male; una firma davvero prestigiosa! Tra l’altro vi si annunciava che anche Piero Ghiglione avrebbe fatto parte del gruppo, e invece lo scalatore alla fine restò a casa. Ma torniamo a noi. Dunque, Lei legge l’articolo, e cosa fa?
CG: Scrivo subito a Tucci offrendogli i miei servizi e coscienziosamente comincio a studiare, più che leggere, i libri dei suoi viaggi nel Tibet. Non avendone risposta, sollecito Tucci con altre quattro lettere. Anche queste restano inevase.
Si ricorda del bando di concorso che mi aveva folgorato con la nave e le vele in regata? Ebbene, dedicatomi alla vela con successo sin dall’Accademia, verso la fine del marzo ’52 partecipo a regate d’alto mare. Alla fine dell’ultima, Messina-Taranto, rientrando a La Spezia, mi fermo a Roma per rivedere i miei amici di Malattie Tropicali. Verso mezzodì, all’ingresso della Clinica c’è una gran folla di visitatori e ad un certo punto il portiere ad alta voce chiama «Prof. Tucci… Prof. Tucci…», per aiutarlo a passare. In uniforme, abbronzato dalle regate, mi presento a Tucci che si scusa per non avere risposto alle centinaia di lettere da medici-fotografi, molti dei quali sono anche disposti ad auto-finanziarsi. Dopo avermi letteralmente ispezionato e informatosi dove avevo studiato e se il Direttore mi conosce, Tucci conclude con un «Lei mi piace, non vada via. Se il Direttore mi dà buone referenze la faccio chiamare e ci mettiamo d’accordo». Il Prof. Girolami si ricorda di me, mi conosce bene, mi fa chiamare immediatamente e Tucci decide sul posto di accettarmi, sempre che la Marina mi distacchi.

ON: Già ... Tutto ciò richiedeva un lungo allontanamento dal servizio.
CG: Tucci ottiene il mio incarico direttamente dallo stesso Capo di Stato Maggiore, Ammiraglio Ferreri, che a sua volta ha voluto conoscermi di persona per assicurarsi che in realtà voglia espormi ai rischi di una spedizione Tucci. Prima di partire, la Marina mi destina a Roma per un lungo periodo durante il quale, per meglio conoscerci e intenderci, giornalmente frequento Tucci che mi fa conoscere dai suoi amici medici, luminari dell’epoca, e dallo staff dell’IsMEO. Ultimo ma non meno importante, Tucci mi espone anche a Tzering, il suo cane lapso tibetano, che ha il talento di distinguere negli uomini i buoni dai cattivi: test nel quale Tucci crede e che fortunatamente supero.

ON: E non Le fece superare anche un test da fotografo?
CG: Solo ora mi rendo conto che Tucci, allora, non valutò la mia abilità da fotografo. Forse, dopo avermi “ispezionato” al primo incontro, mi aveva accettato a scatola chiusa.

ON: Anche perché della spedizione faceva parte Francesca Bonardi, che era appunto fotografa. Avere un medico affidabile era a quel punto più importante.
CG: Sin dall’inizio Tucci aveva tenuto in gran stima la mia professione; stima destinata ad aumentare progredendo nel viaggio. Nella prefazione di Tra Giungle e Pagode, ed anche nel corso del racconto, Tucci ha avuto parole encomiabili per l’opera prestata dal suo medico a favore dei malati che aspettavano nei campi dove ci attendavamo dopo un lungo e faticoso giorno di marcia. In questa spedizione il medico ad personam era diventato un operatore socio-umanitario che non era stato previsto ma per il quale avevo la vocazione.
A distanza di tempo, i casi di tre pazienti affiorano nella mia memoria e mi piace ricordarli. Un ascesso del fegato diagnosticato, svuotato e trattato in loco con un cocktail d’emetina e streptomicina: unici strumenti il fiuto clinico e le mie mani sensibili. Di questo caso ne parlerà in seguito Tucci nel libro Nepal: alla scoperta del regno dei Malla quando, nel 1954, ha rincontrato quella paziente che mi cercava ancora per averla curata e salvata due anni prima.
Un tamponaggio posteriore di un’epistassi grave che Tucci nel suo libro racconta in dettaglio perché, al momento di separarci, il paziente, caso più unico che raro, ci aveva ringraziato. Avendo noi rifiutato di accettare regali, il paziente mi dona l’amuleto che portava alla cintura per proteggermi dai pericoli. Ho conservato quell’amuleto (lo zodiaco sul recto e il trishula [‘tridente’, un attributo del dio, ndc] di Shiva sul verso) tra le cose più care sapendo quanto gli deve essere costato, privandosene.
Rientrati a Kathmandu, dopo qualche giorno viene a trovarmi Gabriel Chevalley, medico di Bex (Ginevra), leader della spedizione svizzera che per la seconda volta aveva fallito la scalata dell’Everest. Chevalley, molto preoccupato, vuole consultarmi per Tenzing Norgay al cui capezzale trovo anche Lambert col quale egli aveva raggiunto gli 8.500 metri sulla cresta sud-est dell’Everest. Il microscopio (attrezzatura della Marina) ci conferma che Tenzing ha una malaria (terzana benigna) e lo tratto con clorochina, allora una novità. Da capo sherpa, Tenzing aveva accompagnato Tucci nel suo viaggio in Tibet del 1948, e l’anno dopo, nel 1953, con Edmund Hillary raggiunse per la prima volta la cima dell’Everest.

ON: Tuttavia non si dedicò solo alla medicina; tant’è vero che il suo contributo di fotografo è ricordato nel diario di viaggio.
CG: I ricordi di Kathmandu si sono sbiaditi ma, paradossalmente, non tanto per il tempo trascorso quanto per l’intenso impegno fotografico svolto nella capitale. Nell’ultimo capitolo di Tra giungle e pagode, Tucci stesso afferma che il «ritorno a Kathmandu avrebbe dovuto essere un riposo» ed invece è stata «una ridda fotografica» e un «correre da un tempio ad un altro e da una biblioteca ad un’altra». Preso com’ero dalla fotografia a tempo pieno, una routine non entusiasmante, nello stesso capitolo Tucci ricorda che avevo rischiato d’essere preso a colpi d’accetta da un tipo che mi osteggiava per una foto; ed io non me n’ero nemmeno accorto. Pensare che ben ottomila manoscritti su foglie di palma, lo dice ancora Tucci, sono passati per la mia Leica 3 F, l’aristocrazia dell’epoca, dotata di una serie di lenti addizionali.

ON: Questo per quanto riguarda il lavoro. Ma Lei si trovava immerso in un mondo nuovo, che oltretutto mostrava i segni delle recenti turbolenze politiche che lo avevano afflitto, e causate da problemi che anocora oggi non sembrano superati.
CG: Oltre a quelle degli esterni che hanno arricchito Tra giungle e pagode, altre foto di tipo personale ravvivano i miei ricordi. Ho quelle delle prime dimostrazioni dei Maoisti in Kathmandu che avevo preso al nostro arrivo, siamo nel settembre 1952, quando Tucci, a ben ragione, non voleva che le riprendessi rischiando io d’incappare in problemi con la polizia. Alcune ci vedono ad un pranzo formale all’Ambasciata Britannica, allora retta da W.E. Fletcher, Segretario d’Ambasciata. Nelle foto c’è anche Peter Aufschnaiter che, assieme a Heinrich Harrer, Tucci aveva incontrato a Lhasa nel 1948.
Dulcis in fundo, poco prima di lasciare il Nepal, una sera che Tucci era impegnato in una riunione di sanscrito in suo onore, i giovani della famiglia reale invitarono i giovani della spedizione Tucci: Francesca Bonardi e me stesso. Un invito informale, ricevuto all’ultimo momento, per passare una serata assieme con loro al palazzo. Francesca se ne ricorda ancora, eccome, avendo lei stessa riscosso un grande successo per un’improvvisata spaghettata con relativa dimostrazione pratica. Di quella eccezionale serata mi sono rimaste due foto delle quali una mostra il Principe ereditario, Mahendra, che dovrà poi regnare dal 1955 al 1972, e la sua giovane seconda moglie Ratna Rajya.

ON: E poi finalmente la partenza per un viaggio che si preannunciava esaltante ma duro.
CG: Il monsone essendo notevolmente in ritardo, a settembre pioveva ancora molto. Partiti da Kathmandu, per settimane s’era marciato per risaie, a volte fradici, mentre, prima di raggiungere la valle della Kali Gandaki, abbiamo guadato aree infestate da sanguisughe facendone l’esperienza diretta.
Mr Fletcher e sua moglie, una simpaticissima italiana, quando lasciammo Kathmandu per l’interno, ci attesero sulla strada per augurarci buona fortuna con una bottiglia di Johnnie Walker. Pur avendo Tucci bandito ogni alcol in quella spedizione, io avevo accettato quella bottiglia sapendo che presto ne avrei fatto buon uso. Difatti, dopo il pasto della sera, una compressa di aspirina e un misurino (il tubo d’alluminio della stessa aspirina) di whisky ci facevano dormire meglio alleviandoci i dolori muscolari delle gambe che all’inizio abbiamo avuto per settimane.

ON: Nel diario di viaggio Tucci dice che tra gli obiettivi principali del viaggio era esplorare le culture di passaggio tra il Nepal e il Tibet. Per questo scelse di risalire la valle che porta a Mustang.
CG: Per arrivare in quella parte del Nepal, che è Tibet a tutti gli effetti, dobbiamo superare il passo tra i massicci dell’Annapurna e del Dhaulagiri dove un vento, impetuoso e puntuale, s’ingolfa dal mezzodì al tramonto, ostacolando la nostra marcia.
Felici, condividiamo la gioia di Tucci d’essere all’estremità settentrionale del Nepal, ma a Mustang apprendiamo che ad un giorno di marcia c’imbatteremo nei Cinesi che avevano invaso il Tibet [nel 1949, ndc]. Fregandosi le mani (tipico, quando prendeva una decisione) Tucci ci annunzia che vedremo quel Tibet, del quale aveva tanta nostalgia. In modo fermo dico a Tucci che la “passeggiata” (chiamava così le marce) questa volta la farà senza il suo medico. Difatti, temo che, per un possibile sconfinamento ed essendo io un militare, rischio d’essere fermato o catturato. Alla fine, Tucci accetta le mie ragioni e decide che prenderemo invece la via del ritorno. A Mustang, Tucci decide di scrivere Tra Giungle e Pagode [Roma 1953, ndc] che dedicherà poi ai suoi compagni di viaggio. La sagacia diplomatica, di cui era dotato, non gli farà accennare nel libro l’episodio dei Cinesi per la presenza dei quali s’era privato di riaffacciarsi a quella zona del Tibet che, come dirà nel libro, era stato uno dei principali scopi del suo viaggio.

ON: Quali rapporti intrattenne con loro durante la spedizione? Glielo chiedo perché Tucci non è famoso per essere stato alla mano ... Nel 1937 Fosco Maraini rimase sconcertato dalla pretesa di Tucci di essere chiamato “Eccellenza” anche la sera in mezzo al Tibet dopo aver viaggiato insieme per mesi.
CG: Più che difficile Tucci era esigente. Pretendeva che i collaboratori si dedicassero, anima e corpo, ai compiti che loro assegnava e se non lo facessero s’arrabbiava, eccome. Nonostante le nozioni tecniche fossero al di là della sua comprensione, Tucci, ricco con esperienze eccezionali, era un ottimo organizzatore. Per esempio, volendo limitare il numero dei portatori ch’era più facile da gestire, aveva deciso di non portare derrate in scatolame per il nostro viaggio; nemmeno per un’eventuale emergenza. Egli era certo che lungo il percorso avremmo trovato riso e polli e per i quattro mesi un buon curry giornaliero sarebbe stata un’ottima dieta; e così fu. Spesso, sapendo che li avremmo pagati, i miei pazienti ci portarono alimenti freschi.
I nostri rapporti sono stati affabili, piacevoli e sempre improntati a rispetto reciproco. Anche con Francesca Bonardi con la quale continuano ancor oggi dopo cinquantacinque anni.
A proposito di Fosco Maraini, se egli avesse scritto le sue memorie sessant’anni prima, non avrebbe trovato da ridire sull’ “Eccellenza” di Tucci, che ad un certo momento era stato il più giovane membro della Regia Accademia d’Italia. Anche per la mia generazione era normalissimo dare del “Lei” accompagnato da un titolo. Anche i professori all’università ci davano del “Lei” e non era una questione per tenere le distanze ma l’etichetta dell’epoca. Anche tra parigrado, in Marina, ci si dava del “Lei” a meno che non si fosse frequentata l’Accademia nello stesso periodo.
Nel 1952, quando l’ho conosciuto, indifferentemente davano a Tucci dell’ “Eccellenza” o del “Professore” senza ch’egli s’adombrasse. Per conto mio, durante il viaggio, avevo adottato la parola indiana guruji [Signor Maestro, ndc] che a Tucci piaceva molto e che avevo mantenuto per il resto della sua vita.

ON: Rimane il fatto che Lei ed Eugenio Ghersi siete gli unici compagni di viaggio che mantennero rapporti amichevoli con Tucci dopo il rientro in Italia.
CG: Dopo la spedizione, i nostri rapporti non potevano essere migliori. Rientrati dal Nepal, Tucci mi aveva accolto in Piazza Vescovio, dove abitava allora. Mi aveva assegnata una stanzetta (la stanza del Tato, come la chiamava) che spesso mi ospitò prima d’essere destinato in Somalia nel 1953 e, rientrato nel 1957, fino a gennaio 1958 quando, lasciata la Marina, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) mi ha riportato in Africa. Quando dal 1964 al 1967 ero all’Ufficio Regionale dell’OMS per l’Europa, avevamo avuto più volte l’occasione di rincontraci anche a San Polo dei Cavalieri. Nel 1966, a Lovanio, avevo presenziato la cerimonia della laurea honoris causa dell’Università Cattolica. Posso affermare, in conclusione, che i nostri rapporti, durante e dopo l’avventura del Nepal, siano diventati quelli di una buona e cara amicizia.

ON: Insomma: il viaggio nel Nepal occidentale fu un episodio importante nella sua vita.
CG: Col senno di poi, posso ora affermare che la mia vocazione internazionale era sbocciata proprio a Kathmandu e che anni dopo, nel 1957, Tucci avrebbe sponsorizzato la mia candidatura all’OMS grazie ad una sua encomiabile referenza.

ON: Prima di allora trascorse però un periodo a Mogadiscio, che fu per Lei certamente importante, sia sul piano professionale che su quello personale.
CG: Dopo una brevissima parentesi a Venezia, nell’agosto 1953 la Marina mi destina al Centro Studi e Ricerche in Somalia dell’Istituto di Malariologia “Ettore Marchiafava” e della Sanità Militare Marittima per rilevare - curiosa coincidenza - Regolo Moise, che nel 1948 aveva accompagnato Tucci a Lhasa.
All’epoca, la Somalia era tutto un cantiere d’attività condotte dalla “Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia” (AFIS) che dal 1950, su mandato delle Nazioni Unite, preparava la nostra ex colonia all’indipendenza, prevista per il 1960. Per rientrare nel quadro dell’indipendenza, oriento le attività del “Centro Studi” dalla ricerca puramente scientifica verso quella applicata ai problemi malarici. Intanto, sollecitata dall’AFIS, nel 1954 una delegazione OMS–UNICEF visita Mogadiscio e accetta di finanziare un Progetto Pilota di lotta antimalarica purché sia condotto dal Centro Studi della Marina. Il progetto pilota integra le ricerche applicate del Centro, specie quelle sui nomadi, e m’inizia all’attività internazionale dovendo studiare similari progetti OMS in Iraq, Cameroun, Nigeria e Tanganyka [oggi Tanzania, ndc]. Le attività procedono secondo i piani quando, ai primissimi del 1957, devo saldare un debito inderogabile: manca un anno di navigazione per la mia promozione e la Marina m’imbarca sul San Giorgio, la nostra nave più bella e più efficiente del momento. In Atlantico, alla Bermuda nel giugno 1957, mi raggiunge l’offerta dell’OMS per dirigere un progetto pilota in Ghana o in Liberia, a mia scelta.
Sul piano personale, gli anni vissuti in Somalia sono stati indimenticabili. Le ventiquattro ore di un giorno non bastavano. La sera, specie al rientro da viaggi all’interno, ci s’incontrava alla “Croce del Sud”. Ci conoscevamo tutti e si stabilivano buoni rapporti utili per le nostre attività. Ad esempio, grazie a Franchini che, capitano pilota dell’Aeronautica Militare, mise a mia disposizione un aereo da cui ho potuto fotografare i villaggi lungo il corso dell’Uebi Scebeli. Per non dire di Michele Ricci che, tenente del Corpo Automobilistico, destinato a diventare Generale ispettore dello stesso Corpo, mi aiutò mille volte per salvare gli automezzi del progetto pilota quando restavano nella morsa del fango dei villaggi.
Ricordi indimenticabili, legati ai miei pazienti della colonia di lingua inglese specie quelli delle Nazioni Unite che seguivano l’opera dell’AFIS e quelli della Sinclair Oil.
Indimenticabili, avendo creduto in prima persona nei miracoli quando al tramonto di un venerdì 17 ottobre, siamo nel 1956, l’Uebi Scebeli in piena ha rovesciato la barca della quale ero al timone per completare i dati malariometrici dei villaggi inondati. Ultimo, ma non meno importante, anche per avere incontrato mia moglie che, già del corpo diplomatico danese, era un membro dell’UN Advisory Council a Mogadiscio.

ON: Nel 1958, dunque, lasciò la Marina Militare per l’OMS. Immagino che il trattamento economico fosse migliore, ma fu solo per quello?
CG: Il gennaio del 1958, a completamento dell’anno di navigazione. Ma lasciare la Marina non fu una questione di calcolo; o un semplice “prendere o lasciare”. Arrivare alla decisione fu letteralmente traumatico. Dalla Marina avevo già avuto molto: la specializzazione, lo sport velico, la spedizione Tucci, il Centro Studi di Mogadiscio e la navigazione sul San Giorgio che per sé erano la realizzazione di un sogno, quello iniziato da ragazzo. Fu veramente difficile, e dopo cinquant’anni ora ne posso dire i dettagli. Il comando della Seconda Divisione Navale era a bordo del San Giorgio ed il numero del giugno 2007 del mensile Marinai d’Italia racconta la nostra crociera in Atlantico e l’incontro col Mayflower. Crociera ed incontro di cui sono stato protagonista da medico e da fotografo. Ero a contatto continuo con l’Ammiraglio Giuriati cui dissi dell’offerta OMS per averne consiglio, ed egli stesso non solo mi spinse verso la carriera internazionale ma mi aiutò a “mettermi in ausiliaria”, restando così altri otto anni nei quadri della Marina che avrebbe potuto richiamarmi, se e quando necessario. In questo modo la posizione di “ausiliaria”, grazie all’Ammiraglio, aiutò a risolvere il mio problema di coscienza.

ON: Il suo rapporto con l’Africa attraverso la lotta contro la malaria durò diversi anni. E certamente furono anni importanti.
CG: Una bella domanda. Non me l’avevo mai posta prima; forse, perché l’Africa mi ha lasciato l’amaro in bocca. Negli anni ’50, l’OMS aveva lanciato un programma globale per sradicare la malaria fondato sui risultati del “Progetto Sardegna” che, subito dopo la guerra, il Governo Italiano e la Fondazione Rockefeller avevano condotto al fine di testare per usi civili un insetticida moderno (il DDT) già utilizzato per scopi bellici. Grazie a questo Progetto e all’OMS i paesi europei sono stati i primi a liberarsi del flagello malaria.
La mia prima destinazione, nel 1958, fu la Liberia: un progetto pilota che andava male e per il quale l’OMS, volendolo salvare, mi aveva dato carta bianca, oltreché mezzi e staff internazionale a dovizia, senza però avere una controparte liberiana. Il contributo nazionale si limitava al personale di manovalanza e a pochi tecnici addetti agli uffici. Inoltre, mancavo dei rapporti esterni che motivassero le autorità nazionali per estendere, al momento venuto, i risultati al resto del paese. Di rapporti personali nel paese n’avevo, eccome. In tema di sanità, per esempio, assieme al capo dell’US/AID (Dr Wards) ed il chirurgo capo (Mr Ross) della Lamco (miniere di ferro), ero diventato consigliere personale del Presidente della Liberia, Tubman, che, alla prima riunione, a mo’ di scusarsi, ci sottolineò che la Liberia era il solo paese d’Africa a non beneficiare d’essere stata una colonia (sic!).
Il progetto pilota ebbe successo: gli anofeli vettori erano scomparsi dalla sua area e la trasmissione della malaria era stata interrotta. Sostenevo però che, una volta completato il progetto e ritirato lo staff internazionale, il governo non sarebbe stato in grado di mantenere lo sforzo organizzativo e finanziario per sradicare la malaria dal resto del paese.
Destinato nel 1961 all’Ufficio Regionale dell’Africa al Sud del Sahara, m’interessavo dei progetti che andavano dalla Mauritania al Mozambico. Col prolungare delle operazioni e col passare degli anni, anofeli e plasmodi acquisiscono la tanto temuta resistenza provocando il fallimento del programma globale dell’OMS con una perdita finanziaria enorme per gli organismi delle Nazioni Unite e per i suoi paesi membri mentre noi malariologhi non ci siamo ancora rifatti di quella batosta.
Nel 1995 e nel 1998 (a 74 e a 77 anni) sono ritornato in Africa come consulente della Banca Mondiale delle Nazioni Unite. In Guinea, nelle zone rurali, anche a pochi chilometri dalla capitale, la malaria continua ad uccidere esattamente come quaranta anni fa, se non peggio, giacché allora non c’erano l’AIDS e il colera. Questo le spiega perché sento ancora in bocca l’amaro che mi aveva lasciato l’Africa.

ON: Forse per questo mi sembra che Lei non sia poi tanto legato a quei luoghi. Anzi, mi sembra che il paese dove ha lavorato che La ha coinvolta maggiormente sul piano personale sia stato un altro paese asiatico: la Birmania.
CG: Birmania? Potrei scriverne un libro. Nel 1967 ero stato destinato a Rangoon quale Rappresentante dell’OMS, e come tale accreditato nel Corpo Diplomatico. Il Governo (c’era ancora Ne Win, il generale del golpe 1962), per l’austerità della “Via birmana al socialismo”, manteneva rapporti equidistanti con i paesi est-ovest e nord-sud senza accettare aiuti bilaterali ed investimenti stranieri diventando così, da ricco per preziosi e materie prime, uno dei paesi più poveri d’Asia.
In breve: rapporti ufficiali e personali, molto intensi e proficui, a tutti i livelli comprese le tre Facoltà di medicina. Inoltre, a titolo multilaterale, gli ambasciatori d’Australia, Germania Federale e Giappone finanziavano numerosi progetti OMS per sviluppare e riformare il servizio sanitario. A richiesta del Governo, il mio periodo birmano durò otto anni e i ricordi di quel periodo sono indimenticabili quale la serata in mio onore quando gli studenti di medicina di Rangoon cantarono dicendo “ITALY – I. T. A. L. Y. – I Trust And Love You”. Come pure l’autografo, nel Guest book di casa mia, di Aung San Suu Kyi, diventata poi Premio Nobel e di cui oggigiorno si parla molto per i dolorosi eventi birmani.

ON: Lei è rimasto attivo anche dopo il pensionamento. Tra l’altro, è intervenuto in zone calde a noi vicine: Romania, Albania, ex-Jugoslavija. Mi chiedo se queste sue esperienze in zone a noi così vicine nel tempo e nello spazio, eppure da molti già sepolte in un angolo recondito della coscienza, Le ispirino qualche riflessione da inserire qui, a mo’ di conclusione.
CG: rispondendo alla stessa domanda dieci anni fa, la mia riflessione sarebbe stata diversa da quella che considero oggi ad ottantasei. Le mie esperienze delle “zone calde” si sono ormai amalgamate con quelle degli anni verdi. Sono stati i Suoi flashback, difatti, a cavarle dalle pieghe dei miei ricordi.
Gli eventi della mia vita, professionali ed extra, sono stati così singolari da sembrare null’altro che delle trovate, anche se foto e documenti mi assicurano d’averli vissuti nella realtà. Per esempio, una foto mi vede con Indira Gandhi, un National Geographic Magazine del Novembre 1957 e un recente articolo di Marinai d’Italia mi confermano che in Atlantico ho avuto il benvenuto a bordo del Mayflower, mentre un cimelio mi rammenta che Tucci nel 1953 mi aveva “venduto” ad Ardito Desio per partecipare da medico nella sua impresa del K2.
A conclusione, mi faccio prestare da Tucci le parole che nella prefazione di Tra Giungle e Pagode di me dicono: «Gli sia di compenso la certezza che non poche persone furono da lui restituite alla vita in quegli ambulatori improvvisati intorno al campo, dove ogni giorno confluiva la terrifica mostra di un’umanità dolorante e pietosa». A queste aggiungo che i miei salvati divennero diecine di migliaia per merito della medicina preventiva di massa da me praticata in seno all’OMS. Grazie.

ON: Grazie a Lei.

Regata Tre Dipartimenti 1952

 

Manifestanti del Partito comunista a Kathmandu, dicembre 1952

 

Guttuso in un tempio nepalese, 1952

 

Il Principe Reale Mahendra, Kathmandu, dicembre 1952

 

La nave “S. Giorgio”, con dedica dell’Amm. Giuriati

 

Giuseppe Tucci alla cerimonia di assegnazione della Laurea honoris causa, Università Cattolica di Lovanio, 1966